14/05/2009 15.29.30 | scritto da: am.moro
argomenti: Risorse Umane, Sicurezza
Da qualche tempo molti imprenditori hanno manifestato dubbi e forti perplessità circa una integrazione alla legge sulla sicurezza del lavoro: tra la valutazione dei rischi, è stato inserito quello relativo allo stress lavoro-correlato (DLgs 81/2008).
L’Italia ha sottoscritto la norma europea dell’ottobre 2004 che introduce questo rischio, recependo le direttive dell’organismo internazionale attraverso la legge sopraccitata (precisamente Titolo IV art. 28) la quale però manca di un elemento basilare per la sua applicazione: la definizione delle “linee guida”.
Io mi pongo alcune domande, calandomi nelle vesti di un imprenditore; come può questi, responsabile della applicazione delle leggi, misurare lo stress?
Quale figura professionale è in grado di svolgere questa delicata attività in una azienda? Il responsabile della sicurezza, cui attiene questa valutazione, ha un profilo tecnico, preparato nella sua materia, ma non in grado di valutare quali possono essere le caratteristiche psicologiche (strettamente individuali) che generano stress in un individuo. Il medico aziendale è quasi sempre uno specialista in discipline diverse da quelle psichiche o, addirittura, un “generico” in medicina del lavoro.
Qualora ci si volesse avvalere di uno psicologo esterno, lo stesso, possedendo per sua formazione un approccio clinico e non conoscendo il complesso universo aziendale, come potrebbe formulare una valutazione pertinente allo stress lavoro-correlato?
Molte aziende si stanno mobilitando e stanno interpellando medici più o meno competenti in materia, la maggior parte dei quali rifiuta questo tipo di indagine perché mancano le linee guida da parte della legge.
Grandi industrie, d’altra parte, stanno gestendo questa tematica attraverso lo psicologo interno, con test e procedure studiate ad hoc per l’azienda, ma solo per rendere più prestigiosa l’azienda in termini di immagine e qualità.
Alcuni studiosi in Italia hanno pubblicato ricche documentazioni sugli strumenti di misurazione dello stress, molto dettagliate, molto articolate, a mio avviso macchinose, ma soprattutto molto costose. Sempre a detta degli stessi studiosi, lo strumento è applicabile a tutte le aziende di ogni dimensione e settore merceologico.
Non posso che dissentire, sia sulla metodologia che sull’applicabilità a tutte le industrie e settori merceologici.
Traendo delle conclusioni, dopo questa analisi, vorrei fare alcune precisazioni:
Il lavoro a turni, il lavoro straordinario indesiderato, il ritmo di lavoro accelerato, le variazioni del lavoro assegnato, la possibilità di interagire o meno con i colleghi e molti altri fattori vengono vissuti in maniera diversa.
· una attenta selezione ed accrescimento delle persone: non solo quello che esse sono, ma quello che potrebbero essere crescendo professionalmente (analisi delle potenzialità ... di tutti, capi e dirigenti compresi)
· la conoscenza del lavoratore e dell’habitat dell’impresa.
· Una gestione del personale attenta “ai segnali”, con un sistema premiante che venga accettato anche come sfida, un clima che favorisca l’iniziativa, la propositività, l’ascolto da parte della direzione aziendale.
A mio avviso, se le aziende si adoperano per “una buona gestione”, sapranno bene quali possono essere i fattori stressogeni della propria azienda e quindi delle persone, perché le conoscono. Potranno, perciò, più facilmente interpretare le attese “linee guida” ed adattarle alla propria impresa.
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